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Santa Sede. Un Dicastero che non sa comunicare…neppure il proprio addio
Città Del Vaticano14 luglio 2026

Santa Sede. Un Dicastero che non sa comunicare…neppure il proprio addio

Ruffini e Ruiz salutano Palazzo Pio con una mail piena di errori, una «Santa Mesa» e una celebrazione fissata in una data impossibile. L’ultimo atto di una gestione in cui nessuno rileggeva, correggeva o controllava.

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Città del Vaticano - Lunedì 13 luglio 2026 rimarrà negli annali del Dicastero per la Comunicazione come una giornata di rara coerenza. L’edizione dell’Osservatore Romano che portava quella data dedicava una doppia pagina alle criptovalute, offrendo un campionario di errori dei quali abbiamo già dato conto. Alle 12.22, nelle caselle di posta dei dipendenti, arrivava invece la mail di congedo firmata «Paolo e P. Lucio», ossia Paolo Ruffini, prefetto uscente, e monsignor Lucio Adrián Ruiz, segretario uscente. Poche righe capaci di condensare, in miniatura, tutto ciò che in questi anni non ha funzionato: l’italiano approssimativo, la spiritualizzazione di qualunque circostanza e l’incapacità, ormai proverbiale, di rileggere un testo prima di premere “Invia”. Un impasto tra lo stile focolarino tanto caro a “Paolo” e l’italiano incerto di Lucio.

Il contesto, per chi arriva ora

Leone XIV ha deciso di voltare pagina ai vertici della comunicazione vaticana. Ruffini è stato silurato, dopo anni di delirio a Palazzo Pio. Ruiz passa al Dicastero per la Carità, una collocazione che, come abbiamo spiegato, è una sistemazione tecnica per chi non ha ancora raggiunto l’età pensionabile e non può, semplicemente, essere ringraziato e accompagnato alla porta. Al loro posto arriva Montserrat Alvarado, nuovo Prefetto. E così, in attesa del passaggio di consegne, i due uscenti si affrettano a offrire ai dipendenti la loro lettura degli eventi. Una lettura, come vedremo, tutta avvolta nella Provvidenza. Nei corridoi di Piazza Pia, intanto, più di qualcuno ha già messo in fresco lo spumante, e non per brindare ai «tempi fecondi».

Un addio in italiano approssimativo

La mail si apre con «il nomale scorrere della vita», e già qui un normale correttore avrebbe avuto da ridire. Si prosegue con «Ma, per che viviamo nelle mani di Dio», che non è italiano: è il calco servile dello spagnolo porque. Poi le grazie che «chiedono, specialmente dentro della Chiesa, da essere vissuti»: due calchi in una riga sola, «dentro la Chiesa» e «di essere vissute» erano evidentemente troppo difficili. C’è «la missione che Lui ci da», con l’accento rimasto nella tastiera dell’Iphone. C’è lo «Sperando trovarci presto» del congedo, orfano della sua preposizione. E c’è, sovrana su tutto, la maiuscola distribuita a caso, come acqua benedetta: la Volontà di Dio, le Mani di Dio, il rendere Grazie, quasi che l’ortografia devota di Chiara Lubich potesse supplire alla sintassi.

Ma il capolavoro è un altro: i dipendenti sono invitati alla «Santa Mesa» all’Altare della Cattedra. Mesa. Il Dicastero che dovrebbe comunicare il Vangelo «fino ai confini della terra» in oltre trenta lingue convoca i propri dipendenti a una Santa Tavola (Mesa in italiano non significa nulla, in spagnolo significa tavola), all’Altare della Cattedra: manca solo l’inginocchiatoio e l’arredamento liturgico è completo. Nessuno, tra il Prefetto e il Segretario, ha riletto la parola più importante dell’intera mail: il motivo stesso dell’invito.

Martedì 28 agosto, che non esiste

E poi c’è la data. La mail annuncia che la celebrazione si terrà «prima di agosto», e due righe dopo la fissa per «martedì 28 agosto alle 9:00». Prima di agosto, il 28 agosto. Delle due l’una, e in realtà nessuna delle due: nel 2026 il 28 agosto cade di venerdì, mentre a cadere di martedì è il 28 luglio.

La celebrazione, dunque, sarà il 28 luglio, e chi ha scritto ha sbagliato il mese. Un dettaglio, si dirà. No: è l’invito ufficiale di congedo del prefetto e del segretario di un dicastero - quello per la Comunicazione (sic!) - della Curia romana, e riporta una data inesistente. Lo stesso dicastero che in questi anni non è stato capace di comunicare le parole del Papa oggi non è neppure capace di scrivere un’e-mail di congedo.

La teologia del trasloco

Sul contenuto, poi, si rasenta il trattato di mistica applicata alle risorse umane. Un avvicendamento deciso dall’alto, con un Prefetto rimosso e un Segretario ricollocato, diventa «il tempo che il normale scorrere della vita va presentando a tutti»; la sostituzione ai vertici si trasfigura in «chiamata e invio»; l’uscita di scena è vissuta «nella Volontà di Dio», tra «tempi fecondi», «momenti di Grazia», «nuove porte e nuove sfide». Non una parola sui risultati, non un bilancio, non un grazie concreto a chi in questi anni ha lavorato: solo l’involucro devozionale steso sopra un congedo che in molti, dentro il Dicastero, attendevano da tempo. La spiritualizzazione dell’inevitabile è un genere letterario antico, in Curia. Questi laici l’hanno imparato benissimo da un certo tipo di ecclesiastici. Quando non si può dire «siamo stati rimossi», si scrive «Dio ci invia altrove». Con rispetto: la Provvidenza governa la storia, ma le lettere di dimissioni le firma il Papa.

Una questione di metodo

Qualcuno obietterà che una mail interna non è un’enciclica, e che gli errori capitano. Vero. Ma qui non si tratta di un refuso isolato: si tratta del Prefetto e del Segretario del Dicastero per la Comunicazione, cioè delle due persone che per anni hanno avuto la responsabilità di ogni parola pubblicata dalla Santa Sede, i quali si congedano dai propri dipendenti con un testo che nessun caporedattore farebbe passare a uno stagista. Ed è lo stesso identico vizio che campeggiava sull’Osservatore Romano: nessuno rilegge, nessuno corregge, nessuno controlla. Non è sfortuna, è metodo. La cura della parola, in un dicastero nato per la parola, è stata l’ultima delle preoccupazioni: contavano gli organigrammi, i festival, i convegni sull’intelligenza artificiale. L’ortografia, evidentemente, no. Quando c’è da lavorare, in segreto, per ottenere scatti di livello per i fedelissimi, c’è un'attenzione maniacale. Nei testi, invece, si tira via.

Montserrat Alvarado, che ora prende il timone di questa macchina, avrà molto da fare. Il primo passo sarà rifiutare gli occhiali che qualcuno, a Palazzo Pio, cercherà immediatamente di metterle sul naso non appena avrà varcato l’ingresso, oltre quei QR code che campeggiano all’entrata: uno dei tanti feticci inutili e dispendiosi di Andrea Tornielli.

d.D.V. e M.P.
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