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La visita di Leone XIV al Meeting è stata un’investitura di Prosperi?Vatican Media
Chiesa cattolica23 agosto 2026

La visita di Leone XIV al Meeting è stata un’investitura di Prosperi?

Leone XIV non entra nelle contese interne di Comunione e Liberazione, ma indica con chiarezza come deve essere esercitata l’autorità. Ed è su quei criteri che anche l’attuale dirigenza dovrà misurarsi.

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Rimini - Dopo 44 anni, ieri un Papa ha varcato nuovamente la soglia del Meeting di Rimini. Leone XIV ha scelto di visitare un evento che celebra quest’anno la sua quarantasettesima edizione, al termine di una giornata particolarmente intensa, nella quale ha incontrato realtà molto diverse tra loro e pronunciato parole destinate a pesare ben oltre le ore della visita.

L’unico momento realmente disteso Leone XIV lo ha vissuto a Pennabilli, con la comunità delle monache agostiniane. Lì si è sentito a casa, ha ritrovato qualcosa della propria storia religiosa, ha incontrato volti familiari e ha potuto lasciarsi andare anche a qualche battuta e a momenti di autentica leggerezza.

Tra la solennità degli incontri istituzionali di San Marino e il carattere più pastorale degli appuntamenti di Rimini, Prevost ha continuato a sottolineare i medesimi punti: l’esercizio dell’autorità, la comunione, il superamento delle logiche di appartenenza e la responsabilità di chi guida.


A Rimini, però, la visita del Pontefice era già stata strumentalizzata prima ancora che il suo elicottero arrivasse alla Fiera. Dentro Comunione e Liberazione esistono molte persone serie, sacerdoti validi e anche qualche vescovo capace di vivere quell’esperienza ecclesiale senza trasformarla in uno strumento personale. Accanto a loro, però, si muove da anni un sistema composto da persone che considerano il movimento un luogo di potere, di relazioni, di influenza e di controllo, nel quale il potere viene esercitato secondo logiche che hanno ben poco a che vedere con la comunione continuamente invocata a parole.

Attorno a questo sistema sono proliferati blog, paginette social e siti che rispondono quasi sempre alla stessa logica: spiegare agli altri cosa devono pensare di ciò che accade. Il messaggio è semplice: «Devo dirti io cosa è successo, perché da solo non sei in grado di comprenderlo». È il meccanismo attraverso il quale si costruisce un racconto, si stabilisce chi è dentro e chi è fuori, chi può parlare e chi deve essere delegittimato.

Robert Francis Prevost questo modo di esercitare il potere lo ha conosciuto molto bene in Perù. Lo ha visto all’opera nel Sodalizio di Vita Cristiana e si è speso perché quella realtà, segnata da abusi e da un sistema di controllo profondamente malato, venisse finalmente affrontata fino alla decisione della Santa Sede di sopprimerla. Oggi alcuni degli stessi ambienti digitali che difendono determinate modalità di gestione del potere dentro Comunione e Liberazione hanno scelto come bersaglio il reverendo monsignor Jordi Bertomeu i Farnós, officiale del Dicastero per la Dottrina della Fede e uno degli uomini incaricati dalla Santa Sede di fare chiarezza proprio sulle vicende del Sodalizio.

È un particolare che, alla luce delle parole pronunciate da Leone XIV sull’autorità, sulla comunione e sulle appartenenze troppo ristrette, merita attenzione e impone ancora una volta una domanda: chi sta realmente cercando la verità e chi, invece, presta il proprio servizio alla legittimazione di persone e sistemi di potere che stanno producendo profonde divisioni nella Chiesa e nello stesso movimento?

Leone XIV ha più volte ricordato che l’unità e l’obbedienza ecclesiale non possono essere ridotte al silenzio, all’allineamento o alla semplice esecuzione di quanto stabilito da chi esercita un’autorità. Esigono la ricerca della verità, la responsabilità personale e la costruzione di una comunione reale, che non coincida con l’uniformità né con la soppressione del dissenso.

Il punto, dunque, è molto semplice. Porre domande, documentare problemi e chiedere conto dell’esercizio dell’autorità serve alla comunione quando costringe una realtà ecclesiale a confrontarsi con la verità. La divisione viene alimentata da chi pretende il silenzio degli altri, soffoca ogni critica e considera l’autorità ricevuta come un titolo che lo sottrae al dovere di spiegare le proprie scelte e di renderne conto.

Vatican Media
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Chi era presente ieri al Meeting ha ascoltato parole che, per quanti hanno scelto con sincerità di seguire il carisma di don Luigi Giussani, non suonano affatto nuove. I richiami di Leone XIV riprendono, quasi punto per punto, quanto don Julián Carrón ha detto e scritto negli anni in cui guidava la Fraternità.

Il 22 agosto 2005, esattamente ventun anni fa, in questa stessa Fiera, Carrón salì sul palco del Meeting da poche settimane eletto presidente e parlò di libertà. Disse che la libertà moderna, ridotta ad assenza di legami, finisce per somigliare al figliol prodigo: crede di guadagnare l'autonomia e perde invece la casa, il padre, sé stesso. La libertà vera, sosteneva, nasce solo dal rapporto con l'Infinito, non dalla rescissione di ogni legame. Ieri, davanti ai Capitani Reggenti a San Marino, Leone XIV ha detto sostanzialmente la stessa cosa: ha spiegato che non esiste libertà civile senza libertà personale, che è Dio a donarla e a garantirla, e che essa si realizza nel dono, nella comunione, nell'incontro, nel dialogo, mentre chi la invoca per giustificare progetti costruiti sull'idolatria finisce schiavo degli idoli e del potere.

Carrón disse anche, nel 2013, subito dopo la rinuncia di Benedetto XVI, riflettendo sullo stallo politico italiano di quegli anni, che finché la politica percepisce l'altro come ostacolo da neutralizzare non se ne esce, e che la vera vittoria consiste nel riconoscere che anche l'avversario è una risorsa. Nello stesso discorso di San Marino, Leone XIV ha detto qualcosa di molto simile con un lessico più teologico: ha parlato del realismo della misericordia, opposto al falso realismo che riarma le menti, le parole e le nazioni, sostenendo che per la cultura cattolica non possono esistere nemici, perché tutti, anche gli avversari, restano fratelli e sorelle da guardare negli occhi. Ben diverso da quanto ha sostenuto e sostiene Prosperi e Silere non possum ne ha parlato qui. 

Carrón parlava spesso, in quegli anni, di una fede che non rivendica alcuna forma di potere per raggiungere i cuori delle persone, capace di muovere per attrattiva più che per pressione o controllo. Al Meeting, Leone XIV ha richiamato la stessa linea, quella che passa da Benedetto XVI a Francesco, ricordando che la Chiesa si sviluppa per la forza della propria attrattiva, per il fascino di una testimonianza che non ha bisogno di persuadere con la forza del numero o dell'organizzazione. Poco prima, nello stesso intervento, aveva ripreso le parole con cui Francesco si era rivolto alla Chiesa italiana a Firenze nel 2015: l'ossessione di preservare la propria gloria, la propria dignità, la propria influenza non deve albergare in chi ha ricevuto una responsabilità.

Il parallelismo diventa ancora più evidente quando Carrón affronta direttamente il modo di esercitare l’autorità all’interno di una comunità. Ne La bellezza disarmata scrive che «la prima autorità è colui che obbedisce di più, non colui che gestisce di più» e mette in guardia dalla tentazione di inglobare immediatamente le persone nella struttura. Leone XIV ha indicato lo stesso criterio: «l’autorità si converte in servizio, che onora le diversità e ne facilita l’armonia». Anche sull’appartenenza Carrón ha insistito a lungo su una distinzione precisa. Ci sono appartenenze che aiutano la persona a crescere, ad assumersi responsabilità e a esercitare la propria libertà; altre, invece, finiscono per sostituirsi al soggetto, fino quasi a dispensarlo dal rischio di decidere e rispondere in prima persona. Per Carrón il banco di prova è concreto: una comunità si giudica anche da ciò che genera, dalla capacità dei suoi membri di stare nella realtà, comprenderla e ascoltarla. Leone XIV, ieri al Meeting, ha usato parole diverse ma si è mosso nella stessa direzione: ha chiesto ai giovani di allargare i propri legami «oltre ogni appartenenza troppo ristretta» e ha indicato il Movimento, i gruppi e le comunità come un «trampolino» da cui tuffarsi nell’intera realtà.

Carrón era stato ancora più esplicito sul rischio del personalismo: «un accentrare tutto su di sé». Quando il rapporto con il responsabile diventa dipendenza dal capo dell’organizzazione, spiegava, l’obbedienza finisce per rivolgersi alla struttura e viene soffocata la creatività delle persone. Ieri Leone XIV ha ricordato, citando Papa Francesco, che l’ossessione di preservare la propria gloria, la propria dignità e la propria influenza non può appartenere a chi esercita una responsabilità ecclesiale. Carrón, ancora, ricostruendo la storia dei primi cristiani, raccontava di uomini che pregavano per l'imperatore ma rifiutavano di adorarlo, difendendo la libertà della propria coscienza rispetto all'impero e al potere, anche a costo della vita. A San Marino, Leone XIV ha usato quasi la stessa immagine, parlando di uomini e donne che, in ogni epoca, sono martiri della libertà perché testimoniano il primato della coscienza, e indicando in Tommaso Moro il patrono di questa resistenza.

Quattro echi, non un caso isolato. E proprio perché sono autentici vanno maneggiati con cura, perché il tentativo di piegarli a un uso interno, di farne un timbro su una gestione del potere già contestata da mesi, è già cominciato.

Prosperi, del resto, lo aveva anticipato lui stesso. Alla vigilia della visita, in un'intervista pubblicata sul numero di agosto di Tempi, aveva definito la presenza del Papa al Meeting “una conferma della strada fin qui intrapresa”. È esattamente l'uso che le parole di ieri, lette per intero, non autorizzano: non un avallo dall'alto capace di chiudere una discussione, ma un criterio, fatto di libertà, comunione, coscienza, servizio, che vale prima di tutto per chi lo invoca a proprio favore.

Vatican Media
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Questo modo di procedere ritorna spesso nelle parole e nell’atteggiamento di Prosperi e in quel mondo assai poco trasparente di blog, siti e pagine social riconducibili ad ambienti a lui vicini. Accade con la politica, con la liturgia, con la morale, con l’etica: ogni tema viene piegato, selezionato e utilizzato a seconda della convenienza del momento, per sostenere qualcuno o per colpirne un altro.

È una dinamica che è ormai nota. Antonio Socci la pratica da anni: quando il Papa dice ciò che corrisponde alle sue convinzioni, allora è il vero Papa; quando invece prende una direzione diversa, la sua legittimità viene immediatamente rimessa in discussione. Il gruppo che ruota attorno a Prosperi adotta una logica molto simile: l’autorità viene invocata quando serve a confermare il proprio assetto di potere e relativizzata quando diventa scomoda.

Nelle prossime ore pubblicheremo documenti esclusivi che mostrano come il cosiddetto «nuovo corso di CL» stia esercitando il potere attraverso forme di manipolazione e abusi di coscienza di estrema gravità. È proprio qui che si misura la coerenza di chi continua a richiamarsi all’obbedienza e alla comunione.

Il Papa, però, resta il Papa quando pronuncia parole che ci rassicurano e quando ne pronuncia altre che ci mettono in discussione. L’unità ecclesiale si costruisce mettendo realmente insieme sensibilità differenti, senza trasformare una parte in misura di tutte le altre e senza pretendere che la comunione coincida con l’allineamento. Comunione e Liberazione è un movimento ecclesiale, non un partito nel quale si stabilisce una linea e si espelle, delegittima o silenzia chi non vi si adegua.

Le parole pronunciate ieri non possono essere trasformate né in una patente di legittimazione né in una sentenza di condanna nei confronti di qualcuno. Leone XIV è arrivato al Meeting portando con sé convinzioni che attraversano da tempo il suo magistero: la libertà, la misericordia, la comunione e, soprattutto, l’autorità intesa come servizio. Lo ha fatto con un intervento che si inserisce perfettamente, e non casualmente, nel filo che ha unito tutti i discorsi pronunciati durante la giornata.

È del tutto evidente che il Pontefice riconosca come legittima l’autorità alla quale la Chiesa ha affidato la guida della Fraternità. Sarebbe singolare il contrario. Ma altrettanto chiaro è ciò che Leone XIV sta dicendo a chi quell’autorità la esercita. Si tratta, peraltro, di un assetto maturato attraverso modalità tutt’altro che trasparenti quando Robert Francis Prevost non sedeva ancora sul soglio petrino. L’investitura ecclesiale non rende nessuno immune dal giudizio sul modo in cui utilizza il potere ricevuto. La storia della Chiesa è piena di persone alle quali è stato affidato un mandato e che quel mandato hanno poi tradito. Un esempio? Mauro Inzoli, così facciamo un nome noto a Davide Prosperi. 

Vatican Media
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La responsabilità di chi sta al vertice nasce quando i problemi vengono portati alla sua attenzione e decide di ignorarli. Qui, però, Leone XIV non sta ignorando nulla. Sta indicando con chiarezza la strada e sta spiegando, con altrettanta chiarezza, che cosa significhi esercitare cristianamente l’autorità. Il comportamento di Davide Prosperi, Alberto Brugnoli e di altri uomini dell’attuale dirigenza di Comunione e Liberazione è stato ricostruito nell’inchiesta condotta da Silere non possum attraverso documenti, testimonianze e riscontri che mostrano pratiche incompatibili con il modello di autorità che il Papa continua a proporre.

Leone XIV, intanto, sta tracciando la linea. Sul dossier ha già chiesto più volte al Dicastero competente chiarimenti e interventi correttivi. Se constaterà che le indicazioni date continuano a non essere recepite, sarà lui a valutare e adottare i provvedimenti che riterrà necessari. L’autorità che funziona, agisce così: ascolta, verifica, indica una strada e, quando quella strada viene deliberatamente disattesa, interviene.

Poche ore dopo il discorso al Meeting, durante la Messa celebrata al Porto di Rimini, Leone XIV ha scelto di soffermarsi sulla prima lettura, tratta dal capitolo 22 del libro di Isaia. Al centro c’è la vicenda di Sebna, il funzionario al quale il re Ezechia aveva affidato un importante progetto di rinnovamento e che aveva finito per abusare dell’autorità ricevuta, accumulando ricchezze per sé. Sebna viene quindi sostituito da Eliakim, uomo retto, affidabile e non condizionabile.

Sarebbe fin troppo facile trasformare quella pagina biblica in un messaggio cifrato rivolto contro qualcuno. E sarebbe proprio per questo un errore. Significherebbe riprodurre, con finalità opposte, lo stesso meccanismo di appropriazione del magistero che sta facendo Prosperi: prendere una parola del Papa, sottrarla al suo significato e utilizzarla come arma per legittimare o per condannare una persona. Prevost ha già condannato questo modus agendi quando si consumò l'attacco ad opera di Trump, altro feticcio di Prosperi, contro il Santo Padre. 

Leone XIV continua a parlare dell’autorità, dei suoi limiti e della responsabilità di chi la riceve. E chi esercita oggi un potere nella Chiesa farebbe bene ad ascoltare quelle parole per ciò che dicono, senza cercare di trasformarle in una medaglia da appuntarsi sul petto.

Su una questione, tuttavia, il magistero recente di Leone XIV è inequivocabile, e riguarda direttamente il modo in cui un movimento si governa. Lo scorso 21 maggio, ricevendo i moderatori delle associazioni internazionali di fedeli e dei movimenti ecclesiali, il Papa ha dedicato un'intera udienza al governo carismatico, indicandone tre condizioni: mai per interesse personale o forme mondane di prestigio; mai imposto dall'alto, ma riconosciuto e liberamente accolto dalla comunità, da cui discende, ha detto testualmente, “l'importanza di libere elezioni per renderlo effettivo”; sempre sottoposto, infine, al discernimento dei Pastori. Ha aggiunto che un'appartenenza autentica non si esaurisce nella vita interna al gruppo, e ha messo in guardia contro le realtà che si chiudono in sé stesse.

Un governo la cui legittimità nasce da un decreto di proroga anziché da un voto, e che tratta come un problema chi semplicemente domanda quando quel voto arriverà, tradisce il governo di cui parla Leone XIV molto più di quanto lo realizzi. E se il meccanismo elettivo della Fraternità resta oggi sospeso, allora non è la visita di ieri a dover essere invocata come argomento a proprio favore. È quel discorso di maggio, quello ai moderatori dei movimenti, a dover essere riletto per intero, senza sconti.

Parlando ieri proprio a noi, riuniti nel Grande Auditorium, il Pontefice ha ricordato che l'ossessione di preservare la propria influenza non deve far parte dei sentimenti di chi ha ricevuto un incarico nella Chiesa. Chi in queste ore prova a trasformare la visita di Leone in un trofeo da esibire farebbe bene a rileggersela.

d.A.B. 

Silere non possum

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