Roma - Il vaticanista de Il Tempo Francesco Capozza nutre da tempo un’ossessione per Silere non possum. Un’ossessione che, per le affermazioni pronunciate e pubblicate, lo ha portato a essere citato sia davanti al giudice penale sia davanti a quello civile, aggiungendo così ulteriori vertenze ai diversi procedimenti penali nei quali risulta già coinvolto.
Un'ossessione che nasce, come spesso accade in determinati ambienti così vicini alla Chiesa Cattolica, dal fatto che non era stato considerato da Silere non possum quando voleva, a tutti i costi, entrare in contatto con noi.

Il mega scoop "giornalistico"
Nelle scorse ore Capozza ha ripubblicato una notizia che, poche ore prima, era stata diffusa da alcuni psicoblog con le consuete modalità: fonti in altissimo loco avrebbero confidato che monsignor Michele Di Tolve sarebbe stato nominato nuovo vescovo di Chioggia.

Seguendo lo schema che lo ha sempre contraddistinto nelle diverse realtà attraversate, Capozza ha preso la notizia e l’ha spiattellata sul proprio profilo Facebook, scrivendo: «Lunedì verrà resa pubblica la nomina di Mons. Michele Di Tolve, attuale vescovo ausiliare di Roma e Rettore del Pontificio Seminario Romano Maggiore, a nuovo Vescovo di Chioggia. #LeoneXIV archivia l’ennesimo residuato bellico bergogliano presente a #Roma».
Proprio lunedì. Chi conosce la Chiesa cattolica, le sue dinamiche e i suoi tempi - e non vi è approdato nel tentativo di ritagliarsi un ruolo dopo le proprie sfortune in ambito politico, culminate nel caso esploso al Corecom Marche per affermazioni di estrema gravità - sa bene che esistono procedure, passaggi e adempimenti che non vengono lasciati al caso.
La nomina non poteva essere annunciata il 13 luglio, giorno in cui il Collegio dei consultori si sarebbe riunito a Chioggia per eleggere l’amministratore diocesano. Trattandosi di una sede di dimensioni ridotte, infatti, la Santa Sede non aveva provveduto a nominare un amministratore apostolico. Il 13 luglio sarebbe stato inoltre il giorno successivo all’ingresso di monsignor Giampaolo Dianin a Gorizia e, dunque, il primo giorno di effettiva sede vacante a Chioggia. Un annuncio della nomina in quella data sarebbe apparso alquanto strano persino a chi frequenta poco le stanze nelle quali vengono decise le nomine episcopali.
Un "vaticanista" accreditato
Francesco Capozza, noto nell’ambiente dei vaticanisti come colui che «millanta il titolo di giornalista e litiga con tutti», ha invece pensato bene di lanciare il proprio «mega super scoop» secondo le modalità che gli sono abituali: accusare sistematicamente gli altri di copiare da lui, quando molto spesso avviene esattamente il contrario. Ma non solo: ha iniziato a insultare tutti coloro che lo hanno criticato.

Abbiamo già spiegato che Capozza si trova davanti al Tribunale di Roma con accuse gravissime di estorsione, atti persecutori e stalking. In altri procedimenti è accusato di diffamazione. Accuse dalle quali avrà certamente modo di dimostrare la propria innocenza. Il dato resta, tuttavia, che dal marzo 2024 sta adottando nei confronti di Silere non possum lo stesso identico comportamento, in combutta con altri personaggi altrettanto ridicoli.
A suscitare sconcerto è, peraltro, la contraddizione di un uomo civilmente unito a un altro uomo che continua a rivolgere agli altri insulti di matrice omofoba e transfobica. Più che una semplice incoerenza, il suo atteggiamento appare come il tentativo di proiettare sugli altri ciò che fatica ad accettare di sé stesso.

Un'ossessione per Silere non possum: condotte al vaglio della Procura
Si tratta di atti persecutori, stalking, minacce, diffamazione, calunnia e molti altri comportamenti che sono al vaglio della Procura della Repubblica. Tutte condotte che sono state denunciate alle autorità competenti, le quali, fino a questo momento, si sono limitate a convocare Capozza e a procedere con una lentezza ormai difficilmente tollerabile. Di ogni sviluppo daremo naturalmente conto. Perché, se Roggero ha certamente sbagliato, non è più tollerabile che in Italia certe persone riescano sistematicamente a farla franca grazie all’inerzia della giustizia e a un disinteresse istituzionale ormai inaccettabile.
L’aspetto che suscita ilarità, tanto tra i professionisti dell’informazione quanto tra quanti osservano con pietà questi leoni da tastiera, è che simili personaggi trovano persino il coraggio di impartire lezioni sulla professionalità altrui. Eppure basta mettere allo stesso tavolo giornalisti stranieri e giornalisti italiani per comprendere immediatamente chi viene ascoltato, chi viene considerato credibile e chi, invece, viene relegato ai margini. In questo caso, però, il confronto è persino improprio: stiamo parlando di personaggi che giornalisti non sono neppure. Figuriamoci se possono permettersi di parlare della vita altrui. Silere non possum continuerà quindi a denunciare ogni fatto e a depositare tutte le prove. Esattamente come facciamo oggi.
Un sintomo di un sistema
Non essendo giornalista, Capozza da tempo ostenta il fatto di essere «accreditato presso la Sala Stampa della Santa Sede». Un accreditamento che, come abbiamo già dimostrato, viene concesso anche a chi giornalista non è, sulla base di logiche mai messe per iscritto da un Dicastero che versa in condizioni pietose. Nel frattempo, giornalisti veri, professionisti qualificati e muniti di titoli, attendono inutilmente da anni di ottenere lo stesso riconoscimento.
Sia chiaro: si tratta di un accreditamento che viene sventolato soprattutto da chi, nella propria vita, ha ben poco altro da esibire. Anche perché, sul piano concreto, non offre quasi nulla e può anzi risultare limitante. È precisamente per questa ragione che Silere non possum, così come molti altri colleghi validi e autorevoli, non lo ha mai richiesto.
Essere accreditati comporta infatti l’obbligo di sottostare a determinate regole, comprese quelle relative agli embarghi, che chi non è accreditato non è tenuto a rispettare. È una questione di libertà professionale. L’accreditamento può servire per ricevere in anticipo i discorsi destinati a essere pronunciati o per partecipare agli incontri del Papa. Ma, se quei discorsi in redazione arrivano già e i propri redattori prendono già parte agli incontri del Papa, quell’accreditamento diventa del tutto superfluo.
Si torna così, ancora una volta, al punto di partenza: chi urla e millanta è spesso chi non ha nulla di concreto da esibire; chi tace, lavora e produce risultati è anche chi, alla fine, accumula credibilità. A noi fa semplicemente ridere che un personaggio del genere pubblichi su qualche bacheca i nomi di persone non meglio identificate, da lui evidentemente detestate, etichettandole come nostre fonti, salvo poi sostenere il giorno successivo l’esatto contrario e affermare che Silere non possum non avrebbe alcuna fonte. Ci fa sorridere, ma con quella pietà che si riserva a chi si contraddice da solo senza neppure rendersene conto. E, soprattutto, fa ridere chi lo legge. Per noi può continuare così. In un ordinamento normale, gli attacchi sistematici alla stampa sarebbero perseguiti e sanzionati in modo esemplare. Ma l’Italia, evidentemente, non è un ordinamento normale. E questo, ormai, è sotto gli occhi di tutti.

Del resto, non si può pensare di trascorrere ogni giornata dietro alle sparate di personaggi problematici che popolano il magico mondo dei social media. Tanto più in un Paese nel quale, quando presenti una denuncia, troppo spesso ti ridono in faccia. Certo, alcuni hater vengono arrestati e sottoposti agli arresti domiciliari. Ma, per arrivare a provvedimenti simili in Italia, bisogna attraversare un percorso estenuante. Occorre armarsi di una pazienza infinita e aspettare che il molestatore ne colpisca una cinquantina di personaggi pubblici.
L'incoerenza degli "accreditati"

Se ti vanti di essere «accreditato», contribuendo peraltro a mettere in cattiva luce un Dicastero che già non gode di particolare prestigio, non puoi poi comportarti come se quell’accreditamento non imponesse alcun limite. Le nomine papali, infatti, non sono semplicemente «sotto embargo»: sono sub secreto pontificio. Per le nomine, l’embargo di fatto non esiste più, poiché i provvedimenti non vengono più mandati con anticipo in Sala Stampa. Il tutto perchè ormai si sa come funziona fra i vaticanisti.
Un esempio è quello di Francesco Antonio Grana, un altro dei bersagli di Capozza, accusato da quest’ultimo di anticipare le nomine episcopali. Peccato che Capozza faccia esattamente la stessa cosa ogni volta che il frate ballerino delle sagrestie si lascia andare con lui a qualche confidenza. L’accusa che Capozza arrivò a rivolgere a Grana era addirittura quella di aver fatto saltare l’annuncio della nomina per aver pubblicato su Twitter i nomi dei futuri vescovi ausiliari. Una dinamica mai vista nella storia della Chiesa e della quale, peraltro, alla Santa Sede non importa assolutamente nulla. Ma Capozza, essendo naturalmente il «vaticanista più temuto del globo terraqueo», sa sempre tutto.

Il commento era naturalmente infarcito anche di considerazioni denigratorie, del tutto prive di elementi fattuali e di qualsiasi interesse informativo. Servivano soltanto a mettere in mostra, ancora una volta, il risentimento che quest’uomo nutre nei confronti degli altri. Grana, peraltro, appartiene alla stessa categoria di Andrea Tornielli e Matteo Bruni: personaggi che Capozza un giorno elogia e il giorno dopo insulta. Li difende quando gli servono per attaccare qualcun altro, salvo poi denigrarli e diffamarli non appena viene meno la convenienza del momento.
In merito al rispetto dell’embargo, bisogna ricordare che anni fa fu proprio Grana a essere richiamato da Greg Burke perché pubblicava sistematicamente su X le nomine prima dell’annuncio ufficiale. In seguito, fu lo stesso Papa Francesco ad aggirare quel meccanismo, disponendo che le nomine venissero trasmesse alla Sala Stampa soltanto pochi minuti prima delle 12. Una scelta che finì per mettere ulteriormente in difficoltà anche la macchina del Bollettino, già tutt’altro che impeccabile. Ma ai tempi c’erano direttori seri, non Matteo Bruni.
Chi è accreditato presso la Sala Stampa della Santa Sede, insomma, è tenuto a rispettare il diritto e le norme della Chiesa anche per poter conservare quell’accreditamento. Altrimenti, è sufficiente che non lo chieda e soprattutto non lo sbandieri come se equivalesse a un Master a Oxford facendo ridere tutti.
Basti pensare al caso di Sandro Magister. Pubblicò in anteprima l’enciclica di Papa Francesco. Quel testo non gli era stato trasmesso sotto embargo dalla Sala Stampa, ma gli era arrivato attraverso fonti interne alla Santa Sede. Eppure, anche in considerazione dell’ostilità che qualcuno in Vaticano nutriva nei suoi confronti per quanto aveva già rivelato in precedenza, il suo accreditamento venne sospeso.
Un Dicastero che mostra ancora la propria incompetenza
Come si spiega, allora, che l’accreditamento non venga revocato a un personaggio che giornalista non è, che millanta un titolo che non possiede, che ogni giorno prende di mira qualcuno e che arriva persino a rivelare nomine prima del tempo? Che quelle nomine si rivelino vere oppure farlocche non cambia nulla. Il problema resta il metodo, resta il comportamento, resta il fatto stesso che chi si presenta come accreditato presso la Sala Stampa della Santa Sede pretenda poi di agire come se nessuna regola lo riguardasse.
E come si spiega che Andrea Tornielli, così ossessionato da alcuni siti, non ritenga grave quanto accaduto durante il viaggio di Leone XIV in Spagna? In quell’occasione Francesco Capozza spacciò per propria «esclusiva» una fotografia, arrivando persino ad attribuirsene il copyright, sebbene la stessa immagine fosse comparsa alcune ore prima su Vatican News. Anche in questo caso, evidentemente, le regole valgono soltanto quando servono a colpire chi gode di maggiore visibilità e credibilità.

Insomma, questo modus agendi, che non ha nulla a che vedere con la pubblicazione mirata di alcune nomine e con il preciso fine giornalistico che può sorreggerla, conferma ancora una volta quale fauna si muova nel mondo paravaticano. Molte mosche, guarda caso, finiscono sempre per posarsi attorno agli stessi soggetti: gli stessi soggetti che avevano già creato problemi durante il pontificato di Benedetto XVI e poi sotto Francesco, e che ora Leone XIV, disgraziatamente, si è ritrovato addirittura dentro casa. Se chi di dovere, però, non si rende conto che dietro certi volti apparentemente «buoni e disinvolti» si nascondono criticità affettive e relazionali gravissime, diventa un problema serio. Si tratta di fragilità che qualcuno, se volesse davvero colpire Leone XIV, potrebbe utilizzare contro di lui, esattamente come avvenne ai tempi di Benedetto XVI.
E a questa fontana si abbeverano molti di questi personaggi che parlano di «altissimo loco», «esclusive», «scooop». È la solita macchina del chiacchiericcio: una voce gira, gira ancora, attraversa uffici, sagrestie e corridoi, arriva persino ai netturbini di Piazza San Pietro e infine approda sui social, dove viene presentata come la più grande esclusiva e il più clamoroso scoop del globo terraqueo. E quella che era una voce in una terna è diventata una nomina fatta, quella che era una possibilità è diventata un annuncio datato il 13 luglio alle 12.
Esiste però una differenza sostanziale tra questo sistema e il lavoro di chi ha sempre pubblicato nomine o fatti circostanziati accompagnandoli con denunce precise, ricostruzioni documentate, antefatti e contesto. Nel magico mondo paravaticano qualcuno vorrebbe far credere che tutto faccia brodo e che ogni considerazione abbia lo stesso valore. Ma i numeri parlano e dicono tutt’altro.
Il dramma della comunicazione in diocesi
Come abbiamo già evidenziato ieri a proposito della diocesi di San Benedetto del Tronto - Ripatransone - Montalto, la comunicazione nelle diocesi rappresenta ormai un problema grave e strutturale. Chioggia non fa eccezione. E, guarda caso, proprio da Chioggia proviene Andrea Tornielli. Coincidenze? No. Fu infatti il settimanale diocesano Nuova Scintilla a scagliarsi contro sacerdoti e laici che avevano osato rilevare l’inopportunità del comportamento tenuto da Tornielli in relazione a una mostra organizzata a Chioggia. I commenti pubblicati dal profilo ufficiale del giornale erano semplicemente imbarazzanti.

E oggi che cosa accade? L’ennesima intemerata di un personaggio problematico come Francesco Capozza viene presa sul serio dal giornale diocesano, che, anziché tacere e sottrarsi a una polemica ridicola, pubblica sui social messaggi passivo-aggressivi, finendo soltanto per offrire ancora maggiore visibilità al disagio.
È esattamente il metodo di Andrea Tornielli. Silere non possum pubblica la notizia dell’oscuramento del documentario su Leone XIV? Tornielli comincia a telefonare, inoltrare messaggi e far circolare screenshot. Poi, quando la Rai e YouTube risolvono il problema, pubblica - da passivo-aggressivo quale è - il comunicato della Rai e rilancia il link del documentario. Nessuna spiegazione. Nessuna parola sul motivo per cui il filmato era stato rimosso. Nessun chiarimento su quanto era accaduto. Una comunicazione tipica dei boomer, non di chi dirige la macchina editoriale del Papa. «Con Silere non possum bisogna agire, perché le notizie che dà sono vere», ride qualcuno raccontando cosa è successo in queste ore al secondo piano di Palazzo Pio.
Nuova Scintilla si muove nello stesso identico modo di Tornielli. Prima pubblica un post per smentire che il nuovo vescovo di Chioggia sia già stato nominato. Poi dà notizia dell’elezione dell’amministratore diocesano, accompagnandola con l’ennesima frecciatina e alimentando ulteriormente la polemica. Infine, si mette persino a rispondere agli sproloqui e ai vaneggiamenti di Francesco Capozza che, guarda caso, sostiene di aver denunciato anche loro. Capozza denuncia tutti. Peccato che, le denunce effettivamente presentate, tuttavia, vengono costantemente archiviate. L’unico che, al momento, si trova effettivamente a processo davanti ai giudici è lui.
d.B.L. e M.P.
Silere non possum



