Jorge Mario Bergoglio: a dieci anni da quel “buonasera”



Ten years ago, Argentine Cardinal Jorge Mario Bergoglio was elected. Silere non possum talks about it with a cardinal.





Il 13 marzo 2013 veniva eletto al soglio petrino il Cardinale Jorge Mario Bergoglio. Quando il protodiacono Jean-Louis Tauran ha pronunciato quelle parole, siamo rimasti tutti di ghiaccio. Sapevamo bene cosa avrebbe significato quella scelta e ne abbiamo avuto conferma, poco dopo, appena Francesco si è affacciato alla Loggia. Le facce degli eminentissimi signori cardinali, nelle logge laterali erano tutte sorridenti, tranne qualcuno.

Molti, però, capirono subito. Gli abiti rifiutati, la presenza di Cláudio Hummes, e altri piccoli segnali che, solo occhi attenti, potevano notare. Il volto di Guido Marini era tirato, quella stola fra le braccia. Francesco si affacciò subito molto freddo ma, poi, si lasciò andare. Quella mozzetta mancante e quella stola, però, attirarono l’attenzione di molti. Non si tratta di esteriorità, non è il legame alla cerimonia. Era palese che il cardinale argentino stava rifiutando, da subito, tutto ciò che era stato prima di lui. I gesti portano sempre con sé un vissuto. Il gesuita Bergoglio ha dato un messaggio chiaro.


Dopo 10 anni

Passeggiando nei giardini vaticani con un porporato, mi lascio andare ad alcune domande un po’ impertinenti. Sono consapevole che ciò che avviene nel Conclave è sub secreto ma sono anche convinto che bisogna fare chiarezza su quanto avvenuto. Cosa accadde in quella sede vacante è assolutamente determinante. La Chiesa ha compiuto un passo e quel passo porta con sé le aspettative e le speranze di molti.

“Eminenza, perché si è arrivati a questo?”, chiedo. Si ferma, mi fissa, sembra intento a trovare le parole giuste: “Se Lei tenta di comprenderlo, si renderà conto che tutto il collegio non Le saprà dare risposta. Chi lo ha voluto con convinzione, oggi continua ad esserne fiero e giustifica tutto ciò che fa. Anche ciò che non gli piace. Solo in privato si lascia andare a qualche lamentela. Chi non lo voleva, si guarda attorno spaesato. Il problema è che in diversi lo hanno votato. Molti, però, oggi se ne vergognano”.

“Perché avete scelto lui?” ribatto. “Perché lo hanno presentato come colui che avrebbe risposto bene a quel sentimento che ci abitava nel 2013”. Nella mia mente tento di mettere insieme tutti i sentimenti che abitavano me, ma non necessariamente erano gli stessi di un porporato così importante, così determinante per la Curia.

Penso a quell’annuncio delle dimissioni di Benedetto XVI che ci raggiunse, lontano da Roma. Nei pochi minuti successivi mi rifugiai in cappella. Sentivo un peso enorme. Come se l’aria mi mancasse. Non capivo, effettivamente, cosa il Signore stesse dicendo alla sua Chiesa.

Il Cardinale interrompe i miei pensieri e chiarisce che le dimissioni di Benedetto XVI hanno realmente creato sconcerto nel Sacro Collegio: “Anche chi lo sapeva, ne ha preso coscienza solo quando sono state pronunciate”. Fino alla fine, si è sperato che ciò non accadesse, in sostanza.

Non solo, quindi, quell’atto è risultato grave, uno strappo enorme, ma è stato anche prodromico di un conclave non “organizzato”. Se nel 2005 i membri del Sacro Collegio ebbero tutto il tempo per giungere in Cappella Sistina con un’idea chiara, nel 2013 le cose non furono così chiare. “Qualcuno potrebbe pensare che, dall’11 febbraio al 13 marzo, comunque abbiamo avuto un mese per pensare. In realtà non fu così. Solo il 28 e nei giorni seguenti ci siamo svegliati da quel torpore, in realtà”.

Chiaramente il Collegio non era pronto e in quel Conclave lo Spirito Santo ha lasciato spazio ai rancori, al dispiacere e alle grandi aspettative di molti. Mentre i tradizionalisti sgranavano il rosario, qualcuno stava lavorando per eleggere il proprio candidato speciale. Candidatura che, per fortuna, andò a vuoto nel 2005.

 


“Sa – mi confida – Lei ha toccato il nervo scoperto di tutto il Pontificato”. Mi stupisce questa affermazione e resto in silenzio. “Cosa ha guidato tutto il Sacro Collegio? Quali sono i sentimenti che ci hanno animato in quelle Congregazioni di cui parla spesso il Santo Padre?”

La passeggiata si arresta e mi rendo conto che ci troviamo davanti alla Statua di San Michele Arcangelo. Questa statua è stata inaugurata da Papa Francesco, qualche mese dopo la sua elezione. A quella inaugurazione partecipò anche Benedetto XVI.

Il cardinale prosegue mentre io fisso la statua del Santo Arcangelo che schiaccia la testa del demonio con i piedi. “In quelle Congregazioni si parlò degli scandali, della Curia Romana, di quanto erano cattivi questi curiali e di quanto fosse cattiva la Chiesa che ha dato scandalo! Un grande assente: Gesù Cristo”. Questo sentimento è emerso anche in numerosi colloqui avvenuti con alcuni suoi confratelli. “Lei spesso scrive che il Papa agisce di pancia. Anche noi, però, in quel Conclave abbiamo agito di pancia, sottolinea.  Passeggiamo in silenzio. “Del resto – continua – molti di noi non conoscevano Bergoglio e il cardinale honduregno Maradiaga lo sponsorizzò molto. Ruolo importante lo rivestì, ancora una volta, il Segretario di Stato. Ho confessato ad un mio confratello che stavo pensando ad Angelo Scola. Lui mi ha detto assolutamente no. La Chiesa non ha bisogno di italiani ora”.

In sostanza ha prevalso il sentimento anti curiale, anti italiano e questi sono stati i risultati, faccio notare al mio interlocutore.

“Ma ha giocato anche un’altra cosa. Forse, per la prima volta nella storia dei Conclavi”. 

“Quale, eminenza?”, lo interrompo. “Quella che state mettendo in risalto: la stampa – dice. Tutto ciò che la stampa scriveva nei giorni delle Congregazioni, ha influito terribilmente sui sentimenti dei Principi della Chiesa”.

In sostanza, le analisi dei giornali sono diventate, per il Collegio, più significative del Vangelo e della missioche Cristo ha dato alla sua Chiesa. Mentre il sole inizia a calare, sento che nelle parole di questo cardinale c’è molta tristezza e amarezza. È chiaro che c’è anche una sorta di senso di colpa che emerge ricordando quei giorni, quelle ore. Se la stampa gioca un ruolo importante nel conclave e non lo fa lo Spirito Santo, però, qualcosa evidentemente non funziona. La Chiesa non ha il compito di piacere o di avere il plauso della gente. Certamente gli anni precedenti alle dimissioni di Benedetto XVI sono stati una fucina di scandali, ma la risposta doveva essere questa?

“Più volte abbiamo detto al Santo Padre di cambiare il Segretario di Stato. Tante volte. Sarebbe stata la soluzione a molti problemi. Certo, a quella sarebbero dovute seguire una serie di scelte non facili. Ma bisognava sostituire Bertone”, lamenta il porporato.

Perché non avvenne, chiedo. “Perché Benedetto era tedesco. Solo comprendendo la mentalità del tedesco, perdipiù professore, si comprenderà che per lui una scelta del genere non era semplice. Quando glielo dissi io al termine di una udienza, si alzò e mi disse che ci saremmo visti alla prossima udienza di tabella”, risponde.

Certamente Benedetto XVI era un uomo mite e il suo sguardo, spesso, era scevro dalle lotte di potere che spesso animano coloro che vivono queste mura. Ciò che ho sempre detto, però, è che il problema non sono le strutture ma le persone. Sia qui dentro, sia aldilà del Tevere spesso si sente dire: “In Vaticano, meglio non andare, altrimenti si perde la fede”. Questo lo dicono anche molti chierici. Questo è un peccato, perché qui c’è il governo della Chiesa tutta e dovrebbe essere l’esempio della realtà perfetta. Se le cose non funzionano, se c’è corruzione, sono le persone a portarla. Troppo spesso, infatti, ci siamo lasciati “trainare” dalle logiche del mondo e ciò che avviene nei palazzi dei governi, lo abbiamo portato anche qui.


La demonizzazione del presbiterato

“Questo ha portato molti laici a guardare a questo Stato come ad un luogo dove attingere potere e denaro”, ribatte il porporato. “Si tratta di dieci anni in cui Francesco sta portando avanti un racconto. Questo racconto è: i preti sono cattivi, i preti abusano, i preti fanno scandali e offre, quale soluzione naturale, la sostituzione con i laici”. Anche recentemente il Papa ha riferito che da quando ci sono delle donne a capo di alcune realtà dello Stato della Città del Vaticano, le cose funzionano meglio. Ma è davvero così? “Semplicemente basterebbe guardare all’operato dei sacerdoti o dei vescovi che hanno lavorato con dedizione, silenzio e abnegazione. Sono moltissimi ed hanno fatto la storia della Chiesa e dello Stato del Papa. Purtroppo, però, anche in merito a queste vicende, se i laici commettono abusi di potere o rubano denaro, ha certamente una risonanza minore rispetto a quella commessa da un prete”, continua.

Oggi stiamo assistendo ad un capovolgimento della narrazione. Sono i laici che fanno la morale ai sacerdoti. Recentemente, in America, è stato reso pubblico l’operato di una operazione ai danni dei sacerdoti. Potenti laici hanno spiato e pedinato i preti. “Certo – dice il cardinale – Lei si è chiesto chi c’è dietro a queste operazioni?” Rimango un po’ in silenzio. Si tratta chiaramente di una domanda retorica ed attendo la risposta che lui mi vuole dare. “Si tratta di laici che hanno ambizione a ricoprire ruoli”, sottolinea.

Faccio notare al mio interlocutore che queste sono gravissime violazioni dei diritti umani e, peraltro, nessuno ci garantisce la “genuinità” di questi dati. Anzi, emerge sempre che c’è dietro un interesse, come nel caso odierno. Il diritto canonico ha sempre messo al centro la “salus animarum” e i diritti delle persone. La formazione dei presbiteri è cosa seria ma non si può pensare di agire da farisei. Il problema non è certo la loro vita privata, affettiva. Ciò che avviene nel privato, deve necessariamente restare privato. Il problema è la loro fede. «Oggi, certamente, assistiamo ad una sorta di persecuzione di coloro che vivono seriamente la loro formazione. Chi vuole seguire dei corsi ben fatti viene etichettato come carrierista. I seminaristi non possono fermarsi troppo in chiesa a pregare, altrimenti vengono etichettati come “amministratori del sacro”. Figuriamoci, poi, se dedicano tempo alle celebrazioni liturgiche, guai».

Dopo dieci anni di pontificato, seppur è faticoso ammetterlo, la Chiesa è cambiata. Francesco ha modificato moltissime cose e lo ha fatto nel peggior modo possibile. “Ciò che molti rimproverano a Benedetto XVI è proprio questo. In quegli otto anni è stato troppo timido e tutto ciò che poteva fare, non lo ha fatto”, lamenta il porporato.

Sono convinto, e lo confido al mio interlocutore, che un pontefice come Benedetto XVI con un carattere come quello di Francesco, avrebbe certamente rinnovato la Chiesa ma in senso positivo. “Con i sé e con i ma la storia non si fa”, mi sento rimproverare.

Mentre ricordiamo i momenti belli e carichi di significato che caratterizzarono l’anno sacerdotale, avanzo una domanda che ha molte pretese: “Ma davvero la Chiesa sta affrontando una crisi vocazionale? Oppure c’è altro?”. Sul suo viso si imprime un sorriso. Nei giorni scorsi, infatti, abbiamo celebrato l’ordinazione presbiterale di diversi giovani. Entrambi pensiamo a quel momento. Al termine di quella celebrazione, rientrati in refettorio abbiamo cantato l’Ecce Sacerdos Magnus. “Certamente c’è una diminuzione, frutto di quanto la stessa società sta affrontando. Ma il problema non è solo quello. Molti giovani entrano in seminario con esperienze molto solide alle spalle, seppur giovani. Cercano una Chiesa seria, che sappia dare risposte, che torni alle radici. Entrando in seminario, però, trovano formatori che sono intrisi di ideologia. Giudicano quella vocazione solo da un punto di vista esteriore. Proprio come ci ha insegnato a fare Francesco: questa fantomatica rigidità”.

Mi lascio prendere dall’argomento e lo interrompo: “Ma si è capito quando un giovane è rigido? Qual è il metro di giudizio?”

“Certo – risponde – ogni volta che ha un rosario in mano, mette la talare o una camicia coreana (quella che viene solitamente utilizzata sotto l’abito sacerdotale), predilige il latino e ritiene che il ministero ordinato sia una cosa seria”

In sostanza, non viene data alcuna importanza alla formazione spirituale, ci si ferma alla superficie. Non si guarda al perché, quel candidato, ha questo tipo di spiritualità, di formazione e quant’altro. Troppo spesso, quindi, i giovani seminaristi devono fare una lotta con persone che hanno ricevuto la loro formazione negli anni subito successivi al Concilio Ecumenico Vaticano II ed oggi sono ancor più rancorosi ed arrabbiati di ieri: le loro aspettative, infatti, hanno raggiunto ben pochi traguardi.

Sono molti i sacerdoti, sopratutto giovani, che in questi dieci anni hanno ricevuto delle vere e proprie ramanzine dai laici dentro le sagrestie. Il sentimento di odio verso i sacerdoti si è pian piano diffuso e coloro che dovrebbero essere amati e sostenuti dal Popolo santo di Dio, sono diventati un facile bersaglio. “Pensa – mi confida il cardinale – quando ci sono le conferenze stampa del Dicastero per i Laici, la famiglia e la vita, l’irlandese Kevin Joseph Farrell dice ai sacerdoti degli uffici di non partecipare. Vuole i laici, perché dice che si da una migliore impressione”. 

Questo clima è veramente surreale e divento scuro in volto pensando ai tanti sacrifici che molti sacerdoti compiono ogni giorno. Sia coloro che vivono ormai la loro vita in auto per raggiungere le più disperse parrocchie a cui sono affidati, sia coloro che in questo Stato ogni giorno svolgono con dedizione il loro lavoro nel completo disinteresse dei superiori. Spesso si parla della “crisi dei quaranta” anni. Francesco la liquida parlando di carrierismo ma non comprende affatto che il problema è più profondo. Il prete, molto spesso, vede in quella promozione, in quell’incarico, in quel ruolo, una “conferma” delle proprie capacità, un premio per i propri sforzi, una realizzazione. Si tratta di essere umani. Se i superiori non provvedono a curare l’umanità del sacerdote, il rapporto personale, questo necessariamente cercherà da sé i mezzi per sopravvivere. Molto spesso basterebbe davvero poco: la gratitudine della Chiesa, l’affetto della comunità e il rapporto con i confratelli. Sono validi mezzi per superare i momenti più difficili del ministero. Troppo spesso, però, sono proprio questi i “punti” che creano sofferenza.


Desacralizzazione del Papato

“Si credeva che dopo il Concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la storia della Chiesa – diceva Paolo VI nel 1972. È venuta invece una giornata di nuvole, di tempesta, di buio, di ricerca, di incertezza”.

Questa incertezza, oggi, la vediamo, più che mai in questo Pontificato. Francesco ha chiaramente cambiato quello che è il Papato. In una società che non ha più punti di riferimento, l’unica istituzione che era ferma, irremovibile, una stella cometa, era proprio il Papato. “Pregare è come mandare buone onde. Se sei cristiano o musulmano è uguale. Se segui i dettami evangelici o non li segui va bene, tutto è relativo”, commenta.

Penso all’incertezza dottrinale ma anche alla presenza fisica. Sono numerose le “cariche” che le persone si affrettano a ricoprire. Il Papato era l’unica “carica”, chiamiamola così, che finiva con la morte. Sono poche altre quelle che, oggi, mantengono questo iter. Benedetto XVI ha dato un colpo a questa “certezza”. Con la sua rinuncia ha certamente reso “meno divino” il Successore di Pietro.

A seguito di questo atto, a ricoprire questo ruolo è arrivato un uomo che, “giunto dalla fine del mondo”, ha dato l’impressione di odiare tutto ciò che c’è attorno a questa istituzione ma ha incarnato perfettamente il ruolo di Re. Francesco, in questi anni, ha dimostrato di non avere alcuna remora in merito al governo, anzi. Quando si tratta di materie economiche ed organizzative, Bergoglio è in prima linea e riesce a mettere mano ad una infinita di cose. Quando è il momento di manifestare la propria cura pastorale, però, vi è una sorta di insofferenza del Papa. Sembra proprio che non gli vadano a genio molte cose.

Sono molte le occasioni in cui i suoi gesti hanno creato scandalo. Proprio quella fede di cui parlava Francesco nell’omelia del 03 maggio 2018 all’interno della Domus Santa Marta. La fede semplice, la fede che si tramanda in famiglia. Sono questi i gesti che, spesso, in questi 10 anni hanno fatto svegliare molte persone da una sorta di “torpore”.

La stampa ha sempre provveduto a creare divisione. O si è a favore del Papa o si è contro. Non vi è compromesso. Non si può criticare rispettosamente. Tutto ciò che ha guidato la narrazione di questi giornalisti fino al 2013, oggi è bandito. Guai criticare il Papa. La stampa lo ha sempre raccontato come colui che ascolta tutti, misericordioso, vicino alla gente. Colui che ascolta tutti e riceve tutti, però, non ha ritenuto di dare risposta, ai suoi cardinali, in merito ad alcune perplessità emerse in merito all’Esortazione Apostolica Amoris Letitia nel 2016.

Certo, probabilmente queste domande gli sono arrivate da quei porporati che il Papa non ritiene intelligenti, come ha riferito pochi giorni fa alla Radio Televisione Svizzera. Ma chi sono questi cardinali intelligenti? Sono solo coloro che dicono al Pontefice ciò che si vuole sentir dire?


Sacro Collegio esautorato

Se nel 2016 si trattava di un gruppo (non erano solo i coraggiosi firmatari ma molti di più), nel 2022 le cose sono divenute molto più preoccupanti. Ad agosto, Francesco ha convocato un concistoro nel quale voleva spiegare al Sacro Collegio la sua riforma della Curia. A giugno, infatti, aveva pubblicato la Costituzione Praedicate Evangelium.

“Noi, però, non avevamo affatto intenzione di partecipare ad una lectio – confida il cardinale. Innanzitutto, bisogna dire che questa riunione andava convocata prima della pubblicazione, non dopo. Quindi, lo spirito con cui andammo era facilmente comprensibile. Siamo andati con la speranza di poter discutere e fare presente alcune perplessità. Lei, ad esempio, ha più volte ribadito che i laici non hanno potestà di giurisdizione. Ghirlanda, che è entrato nel Collegio proprio in quel concistoro, non ha ancora spiegato da dove ha tirato fuori queste sue idee. Praticamente tutti, a parte coloro che sono impegnati ad osannare il Re, hanno sottolineato che la questione della potestà dei laici è cosa seria e non si può scrivere una Costituzione Apostolica che ritiene risolta la questio, senza aver discusso di questo tema in precedenza”

Anche quella riunione, Francesco la affrontò con evidenti problemi comportamentali. Tentò in tutti i modi di mettere a tacere i porporati. Li ha divisi in gruppi linguistici, alcuni interventi non sono stati fatti, altri sono stati consegnati. Un delirio. Il tutto per evitare di avere un’aula che si rivolgesse al Papa con franchezza. Bergoglio non ama il confronto con chi è critico con le sue scelte. Non lo regge. Quest’anno, addirittura, ha evitato gli esercizi spirituali per non dover vivere tutta la settimana ad Ariccia con tutti i collaboratori che lo hanno criticato per questa Costituzione.

“Si può parlare di sinodalità, se ad avere voce, poi, sono solo coloro che chiedono il sacerdozio per le donne o l’eliminazione del celibato?”, mi chiede il porporato. In effetti, anche in merito al Sinodo c’è da dire che le cose stanno andando proprio come raccontò Benedetto XVI ai suoi sacerdoti romani. Sì, quando ancora il Papa riceveva i suoi presbiteri e li riteneva, con amorevolezza, i “suoi preti”.

Ratzinger, il 14 febbraio 2013, raccontò che il Concilio ebbe una narrazione mediatica che era completamente distorta. Oggi, purtroppo, con il Sinodo sta avvenendo lo stesso, se non peggio. A chi si mostra critico non viene dato spazio sui giornali e coloro che avanzano pretese nei confronti della Chiesa, invece, vengono sponsorizzati anche da quei vescovi e cardinali che vogliono colpire Francesco. Uno di questi è il cardinale gesuita Jean-Claude Hollerich.

“Il rischio è che si perda tanto tempo a inseguire il mondo, la società e la gente e non ci rendiamo conto di come le persone stiano perdendo la fede”, lamenta il porporato.

Mentre, ormai, stiamo passando davanti a Casa Santa Marta chiedo: “Come usciremo da questo sinodo, Eminenza?”  “Credo – mi risponde – che non uscirà nulla di eclatante. Tutto fumo, nulla di più. Però, il fine è raggiunto: creare confusione. Francesco di tutto questo è convinto ed è ciò che la filosofia marxista ha sempre affermato. Il rinnovamento è possibile solo dopo la confusione, il conflitto. Poi la pacificazione”.

Resto in silenzio e riguardo ai numerosi momenti, in tutti questi dieci anni, in cui nella Chiesa c’è stata confusione, conflitto. Allo stesso tempo, però, fatico a ricordare dei momenti di pace. Anche i recenti funerali del Santo Padre Benedetto XVI sono stati motivo di divisione e, anzi, hanno portato molte persone ad esprimere giudizi molto duri verso Francesco.

“Qualcuno ha aperto gli occhi. Eravamo sul sagrato. Mentre il feretro del Papa veniva portato via, Francesco si è tolto i paramenti. Ho guardato il volto di molti miei confratelli nell’episcopato che erano venuti per Benedetto. Non partecipavano alle messe papali da tempo. Quell’immagine li ha freddati. Anche molti membri del Collegio hanno storto il naso. Molti di quelli che lo stesso Francesco ha nominato. Davanti alla morte, anche del peggior nemico, dovrebbero cadere molte barriere”.

Mentre, in queste ore, ci sono vescovi che parlano di un Papa che fa cadere muri, l’impressione, purtroppo, è ben altra. Francesco sembra aver esacerbato le divisioni e la questione liturgica è solo una di queste problematiche.

Anche all’interno della Curia, mi confessa il cardinale, c’è un sentimento di depressione e scoraggiamento. “Sono molti– dice – i sacerdoti che chiedono di lasciare la Segreteria di Stato e gli altri dicasteri. Sono stanchi. Non si sentono valorizzati e il clima, all’interno, è diventato irrespirabile”

Nel 2013 Francesco, pochi mesi dopo essere stato eletto al soglio petrino, rilasciò un intervista ad Eugenio Scalfari nella quale disse: i Capi della Chiesa spesso sono stati narcisi, lusingati e malamente eccitati dai loro cortigiani. La corte è la lebbra del papato”.

Queste parole me le rammenta il porporato mentre ci avviamo al termine di questo nostro incontro. “Se questa descrizione riguardasse alcuni curiali non lo saprei dire, lamenta. Certamente, in questi dieci anni abbiamo visto che, purtroppo, riguarda lui. I cortigiani a Santa Marta sono molti. A differenza di prima, però, neanche questi si possono considerare salvi. Da un momento all’altro, infatti, potrebbero essere le vittime del narcisismo che affligge il Papa”.

Gli esempi sono tanti e ci lasciamo andare a considerazioni sui singoli casi. Santi sacerdoti e vescovi che hanno visto la loro vita cambiare dall’oggi al domani. L’unica colpa? “Aver detto al Papa le cose come stavano, oppure aver calpestato i piedi a qualcuno che era ben più cortigiano di loro”, dice il cardinale mentre scuote la testa.

Già nel 2013, è evidente, Francesco lasciava alla stampa (alla peggiore stampa), i suoi rancori e i suoi fallimenti. Come sempre, infatti, ogni critica, ogni “sparata”, cela un malcontento, una sorta di rancore personale, un vissuto insomma. Jorge Mario Bergoglio, purtroppo, è giunto qui in Vaticano, dieci anni fa, con un bagaglio di delusioni e rancori verso questa “macchina”. Allo stesso tempo, però, qualcuno ha giocato bene le sue carte ed ora, dopo dieci lunghi anni, siamo ancora a leccarci le ferite.

Silere non possum


Articolo pubblicato il 13 marzo 2023